Abuso di termini psicopatologici associati a normali alterazioni psico-emozionali transitorie dovute alle conseguenze del COVID19

Oggi scrivo in italiano, la mia lingua, perché mi stupisce che nel mondo della salute fisica e mentale italiana (ma anche spagnola se vogliamo essere onesti) si stiano usando in modo secondo me spropositato termini di psicopatologia solitamente riservati a solide e definite diagnosi standardizzate, definite chiaramente (quale che sia poi la posizione del terapeuta sul valore del DSM è indifferente perché si tratta di un consensus scientifico di valore a prescindere) e che assumono senso unicamente all’interno di un serio e condiviso cammino di crescita personale curata in compagnia di un professionista dedicato.

Che tutti cerchino visibilità è forse la piaga pre e post covid più grande dei nostri tempi, ma che si usino etichette diagnostiche, solitamente seguite da prescrizioni farmacologiche, in certi ambiti per definire un normale stato di variazione di attivazione psico-fisica (iper o ipo) dovuta a quarantene, mascherine (sempre indossarle e mantenere le distanze di sicurezza per favore) e limitazione di movimento è scoraggiante. Il COVID è una cosa, ma il terrorismo psicologico è ciò che va a allungare i tempi di reazione provocando reazioni di “freezing” in molti e reazioni eccessive in altri.

Qualunque professionista perfino all’inizio della sua carriera sa che la paura è statisticamente considerata la peggiore alleata della prevenzione in qualunque ambito, per cui chi la brandisce come spada per “like” e “condivisioni” deve al contrario essere il primo che una persona intellettualmente onesta e consapevole deve smettere di seguire.

Ansia, depressione, trauma… Queste sono parole maggiori che professionisti laureati non possono usare come linguaggio comune o divulgativo senza entrare in un profondo impasse etico. La di-Vulgazione di terminologia psicopatologica porta come diretto risultato la svalutazione della diagnosi e la generalizzazione dei sintomi presi singolarmente e auto-gestiti, in questo mondo di video e tutorial, senza una visione d’insieme che possa dargli un valore reale.

Applicato al COVID, come prima conseguenza rende le persone “vittime seriali”, depotenziandole implicitamente a causa della falsa sicurezza che gli propone la sensazione di auto-diagnosticarsi, rendendole, tra l’altro, un peso per se stesse e per i loro cari che in questo momento possiamo evitarci tutti. Di fronte a tali parole non esistono video o libri che possono sostituire l’importanza di una visione professionale che guidi l’auto-consapevolezza della persona verso una percezione realistica della propria situazione specifica. Ciò tende quindi a renderla soggettivamente più grave o al contrario a respingerla e sottovalutarla.

Invito tutti: colleghi, lettori, e professionisti della comunicazione a lasciare da parte la generalizzazione e permettere invece il lavoro specifico e personalizzato abbandonando una volta per tutte la via del “mantenere la paura”, del “personalizzare a oltranza” e “dare protegonismo” a risposte normali e fisiologiche che un professionista sa considerare con il giusto peso.

E’ il momento che il vero professionista riprenda le redini della sua competenza allontanando con gentile fermezza coloro che, in base solo al “senso comune”, sporcano le menti per interessi (solitamente di visibilità e/o economici) o per buona volontà priva però di contenuto.

Che la psicopatologia sia ambito di terapie personali di professionisti di provenienza universitaria (apprezzato l'”olismo”, ma almeno una base universitaria è, a mio avviso, insostituibile) e che, per quanto riguarda la divulgazione, ci si concentri sul mantenimento della “pre-venzione” consapevole.

Se davvero dovessimo considerare a livello statistico e in base a quella che più probabilmente può essere un’alterazione comprensibile dello stato psico-emozionale causata dal COVID credo che dovremmo concentrarci su:

  • Professionisti della salute coinvolti dalla prima ondata e dal lockdown. Diversa è la situazione “post-quarantena”.
  • Pazienti dei defunti in lutto complicato dall’impossibilità di seguire i propri cari
  • Persone che vivono una situazione di isolamento sociale.

E per quanto riguarda la divulgazione ci sono dei temi interessanti su cui si dovrebbe riflettere:

  • L’impatto di un’informazione parziale sulla distinzione tra “contagiato” e “malato”.
  • La realtà definita dall’OMS sull’asintomatico e sulla probabilità del contagio per la gestione consapevole della prevenzione
  • L’importanza di una visione sistemica il più possibile scevra di assoluti che renda compatibile la continuazione dell’attività vitale del paese con le dovute misure di sicurezza.
  • Il ruolo della paura del COVID nella ridefinizione dei diritti lavorativi e delle dinamiche di assunzione e licenziamento oltre che su quelle legate allo smart-working.

E come ultimo spunto di riflessione invito coloro che sentono di avere sintomi clinicamente significativi di psicopatologia di rivolgersi a uno psicologo o a uno psichiatra e di rifiutare sistematicamente di valutare la vostra esistenza attraverso un tutorial. Meritate di più… credo.

Con forza, affetto e energia.

LP

MANAGER | PSYCHOLOGIST | AUTHOR
Creator of “Optima Vita 360°” Life & Business Coaching system.
http://www.lucapovoleri.com

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