La nuova babilonia: piaga divina o sfida evolutiva? Quando internet e genetica si incontrano.

Molto si scrive e si “sa” della torre di Babilonia. Fu creata per raggiungere dio, dio si arrabbió e confuse gli uomini con le lingue, tante che non sapevano più comunicare gli uni con gli altri. Questa la storiella.

Ma cosa possiamo possiamo imparare da questo applicandolo al mondo moderno? Direi che é difficile non vedere il parallelo tra questa storia e il nostro sistema “informativo”. E` altrettanto complicato non vedere la super informazione in cui siamo immersi e quanto in realtà questa informazione (o de-formazione) sia un flusso di dati con pochi contenuti realmente significativi. O perché superficiali o perché contraddittori.

Quante volte una medicina sembra curare ogni sintomo di qualche malattia e poi si fa la versione successiva, un alimento contiene elementi preziosi contro il cancro, però anche contro raffreddore, mal di testa, fegato danneggiato e tutto per la grande quantità per alcuni di un elemento, per altri di altri.

Quante volte ci siamo trovati di fronte ad articoli di dicono tutto e altri che dicono il contrario di tutto.

A seconda di quello che “crediamo”, siamo disposti a selezionare certe “informazioni” o altre, e quindi a “credere” una cosa o un’altra. Ma adesso anche credere risulta difficile.

Con le politiche della privacy di facebook, google e affini, le ingenti quantità di pubblicità che bombardano i nostri schermi grandi e piccoli sono totalmente indirizzate a rafforzare i nostri desideri commerciali seguendo quello che cerchiamo su internet o che riceviamo via mail.

E questo di per sé non sarebbe male, se non per il fatto che diseduca al “cambiamento”.

Cambiare significa trovare nuove forme di essere, di pensare, di agire, e se tutto va bene queste nuove forme ci rendono più funzionali o più adatti alle nuove situazioni che in un sistema complesso come la vita si presentano a ritmo serrato.

Cambiare qualcosa di sé stessi é un processo che richiede tempo, energia e motivazione. All’inizio il cambiamento é più lento, rompere lo schema di partenza é ciò che ci risulta più difficile, ma se riusciamo a mantenere l’atteggiamento appropriato e lo facciamo per la giusta motivazione, con il tempo il nuovo schema di comportamento/pensiero diventa automatico.

Vediamo come funziona il cambiamento e perché si tratta di una risorsa irrinunciabile della nostra vita. 

Tutti abbiamo passioni e inclinazioni verso qualcosa o qualcuno, oggetti, animali, personaggi famosi, eventi etc… ed è cosa buona e giusta riconoscerle. Altrettanto bello e comodo è il fatto di avere proposte circa le nostre passioni ogni volta che vogliamo ad un click di distanza. Magari proposte di cose che senza quel banner o quella pubblicità su youtube non avremmo mai conosciuto.

Però i nostri gusti non sono stabili. Nel corso della vita normale, passiamo dal giocare con giocattoli, calcio, altalene, a quando cresciamo  fare immersioni, modellismo, meditazione, cucina etc…

Questo perché in un certo senso i nostri gusti sono il punto di partenza della nostra forza motivazionale e questa forza motivazionale tende ad essere adattiva per permetterci di sopravvivere meglio nel nostro ambiente o a sviluppare meglio certe nostre predisposizioni a seconda dell’ambiente. Da piccoli questo ambiente ci dà certe possibilità di sviluppo e svilupperemo passioni e inclinazioni adatte alle possibilità che ci vengono fornite. Con l’avanzare del tempo l’ambiente cambia e con esso le possibilità che ci fornisce.

Insomma già ci sono differenze tra quando ci piace qualcosa da bambini e quando cresciamo.

La cosa più bella però è che quando cresciamo ancora possiamo cambiare di preferenza. Possiamo appassionarci a una cosa e poi a un’altra. A uno sport e poi a un videogioco, a un gruppo musicale e poi al giardinaggio, al calcio e poi alla politica.

Ogni volta che cambiamo, perdiamo qualcosa e acquisiamo un’altra. Questo discorso non vale per le competenze o le capacità legate alle nostre preferenze/passioni. Se sapevano giocare a calcio prima, quelle abilità si “arruginiranno” al massimo con il tempo, ma non le perderemo.

Prendiamo un esempio: ci piace viaggiare. Per questo motivo lavoreremo, cercheremo un affitto basso, faremo amicizia con persone che viaggiano etc… per poter viaggiare il più possibile.

Non é solo una questione di piacere, si tratta anche di possedere determinate caratteristiche e capacità per poter ottimizzare la nostra passione. Queste determinate caratteristiche, ad esempio un più basso attaccamento a un luogo specifico, come la “casa”, che ci permette di viaggiare, possono essere competenze trasversali che ci possono ad esempio aiutare in determinati lavori o in certo tipo di relazioni umane.

Per cui cambiare di passione é comunque preferibile a mantenere le stesse tutta la vita perché se perdiamo qualcosa in termini magari di tempo o di livello di performance, acquisiamo sempre qualcosa di nuovo. Che siano “altre” abilità o un affinamento di sotto-abilità precedenti. Ad esempio se dopo aver appreso a costruire modelli di aereo, iniziamo un corso giardinaggio dove le abilità manuali della prima passione ci tornerano utili per la seconda anche se non hanno nulla in comune, o facendo un corso di meditazione e poi studiando una nuova lingua possiamo trarre vantaggio della facilità di concentrazione e resistenza alla ripetitività del processo di apprendimento.

Insomma le nostre passioni e inclinazioni si attivano e disattivano, ma a seconda di cosa?

Qui viene il punto.

In genetica si studia che il nostro dna e i corrispettivi geni possono essere considerabili, metaforicamente, come una tastiera con dei bottoni. Si potrebbe pensare alle tastiere con i bottoni luminosi delle astronavi dei film di fantascienza cult, dove enormi tastiere nere brillavano con luci di bottoni/interruttori bianche fisse, a seconda di quello che l’ufficiale scientifico chiedeva al computer.

Alla nascita e durante il nostro sviluppo il nostro corredo genetico è la somma dei differenti bottoni accesi sulla grande tastiera nera.

Con il tempo questi bottoni vengono accesi e spenti dal famoso ufficiale scientifico, che fuori dalla metafora sarebbe l’insieme di situazioni esterne che ci troviamo ad affrontare nella vita: dagli stress ripetuti di una situazione familiare complicata, all’isolamento sociale, a un problema di salute cronico o particolarmente traumatico… e in positivo dal vivere ad esempio in una determinata sottocultura con le sue tradizioni, rinforzi positivi (ossia “premi”) se eccelliamo in un campo della vita o in un altro, o essere a contatto per lungo tempo con una persona a noi vicina che ha una passione per qualcosa.

Tutto quello che o perché sperimentato per lungo tempo e in qualche modo inevitabile, o perché traumatico puntuale (ossia che capita con forza, ma solo una o poche volte nella vita), che attiva qualche meccanismo di sopravvivenza automatico, accende e spegne bottoni.

Per cui, escludendo gli eventi traumatici, il fatto di mantenere uno stimolo continuo, come ad esempio una passione, rinforzato positivamente tutto il giorno e tutti i giorni, mantiene un determinato bottone acceso. Così come per esempio il continuo bombardamento di pubblicità mirate allo specifico consumatore di facebook, google etc…

A parte la ripetizione dello stimolo qui è fondamentale

la variabile “tempo”.

Accendere e spegnere bottoni dei nostri geni, attiva o disattiva inclinazioni, passioni etc… e abbiamo detto che richiede un tempo: prima di tutto per eseguire l’accensione o spegnimento (a parte in caso di trauma), e in secondo luogo per quanto riguarda le attivitá eseguite che richiedono un tempo per essere praticate. Ad esempio una partita di calcio ti chiede un paio d’ore tra il gioco, lo spogliatoio, andare e venire etc…

Questo determina tre cose:

1) Non si possono accendere tutti i bottoni insieme perché il nostro tempo é limitato.

2) In mancanza di tempo e in mancanza di trauma, gli stessi pulsanti rimarranno sempre premuti

3) Se passiamo la maggior parte del nostro tempo sui social media e questi utilizzano politiche di rinforzo commerciale delle nostre passioni, cediamo a queste piattaforme la nostra indipendenza nel cercare un cambiamento.

Questo significa che nella situazione di cui si parlava al principio il pericolo é cristallizzarsi in una posizione, una passione, una inclinazione, diminuendo le possibilità di trovare le occasioni di cambiarla.

Questo può ancora andare bene se la passione/inclinazione fosse positiva e funzionale nella nostra vita, anche se già abbiamo detto quanto il cambiamento può essere arricchente in termini di sviluppo di nuove competenze.

Se però a maggior ragione la determinata passione/inclinazione non fosse funzionale alla nostra vita, spegnere quel bottone diventa ancora più difficile.

Inoltre se gli stimoli che mantengono certi bottoni accesi vengono dal rinforzo positivo costante di pubblicitá mirate alla persona specifica attraverso le sue passioni da parte dei nostri più utilizzati mezzi di comunicazione internautica, ci viene sottratta poco a poco la nostra capacità di flessibilità, ossia di accendere e spegnere bottoni.

La rigidità in questo porta a patologie psicologiche (in psicologica c’è un’unica grande indicazione: rigido è patologico, flessibile è salutare), in termini sociali a influenzabilità, manipolabilità, e vulnerabilità al controllo esterno, e in termini evolutivi alla rinuncia della propria capacità, come singolo individuo, di evoluzione (cosa che tutti possediamo in quanto esistenti).

E in questo cosa c’entra la babilonia?

Se per cambiare bottoni, a parte le situazioni limite, ci vogliono stimoli di lunga durata e di intensità tendenzialmente regolare e da una parte abbiamo pubblicità martellanti specializzate nei nostri bottoni già accesi e dall’altra l'”alternativa”, ossia una massa informe di “de-formazione” che dicendo tutto e il suo contrario non dà nessuna sicurezza, la nostra possibilità di ricevere stimoli che possono cambiare la configurazione dei bottoni accesi o spenti diminuisce ulteriormente.

Per cui se da una parte abbiamo stimoli continui orientati alla pubblicità e all’acquisto di beni che almeno inizialmente ci interessano, e dall’altra ci tolgono le alternative perché con la “de-formazione” ci viene detto tutto e il contrario di tutto, sostanzialmente chi controlla le nostre scelte?

Chi decide in cosa credere? Fino a che punto perdiamo “solo” spontaneità nel cambiare il nostro mondo, e fino a che punto non stiamo permettendo a qualcun altro di cambiarci secondo la sua volontà?

“Oh Dio, perché ce l’hai con noi?” si chiedevano i babilonesi al crollo della torre.

Ma siamo sicuri che Dio abbia piagato le genti del mondo con le infinite lingue perché non lo raggiungessero?

E se invece quella piaga fosse proprio il piano finale per raggiungererlo per il té delle 5 e l’essere umano nella sua pigrizia e superficialità non lo ha capito?

Se questa babilonia di informazione che non permette difendersi del costante bombardamento di pubblcità che ci vuole a terra, fosse il famoso “trauma” che, se riusciamo a vivere nel profondo, può accendere nuovi bottoni per terminare la nostra torre?

Non sto parlando del “fatto” che un dio ci sta mettendo alla prova in qualche modo. Io non entro nelle questioni di fede, sto parlando di come Pinco Pallino, la persona comune, può affrontare il discorso per trarre vantaggio da questa situazione in cui ci si trova.

L’unico modo in cui possiamo trasformare questa difficoltà in una sfida arricchente e in un passo evolutivo nel nostro sviluppo personale e come specie, è agire, prendere attivamente il controllo del nostro potere di cambiamento. Installare programmi di blocco pubblicità per quanto questo sia possibile, e dall’altra parte sviluppare un senso critico attraverso le nostre competenze.

Se siamo bravi medici ad esempio apprendere dalla nostra professionalità e sviluppare il senso critico delle notizie che leggiamo.

Nell’ambito in cui siamo bravi, siamo in grado di sviluppare un “sesto senso” basato sulle nostre competenze per capire quando quello che stiamo leggendo può essere reale o no.

Se manteniamo aperta la mente e ci apriamo a differenti ambiti della vita senza cristallizzarci in un’unica passione/inclinazione, possiamo allargare questo “sesto senso” a più ambiti e scoprire che sotto sotto, ci sono dinamiche simili tra le “informazioni” realistiche e quelle superficiali o pilotate.

Solo ampliando la nostra consapevolezza aprendoci a vari aspetti della vita possiamo vedere al di là delle nostre semplici passioni/inclinazioni e comprendere il meccanismo che sta prendendo il controllo del nostro “credo”, della nostra motivazione, della nostra capacità di autodeterminazione.

Solo così saremo liberi. Liberi non per “legge”, ma per pensiero. Liberi di superare le differenze apparenti come le differenti lingue dei babilonesi e insieme costruire la torre per raggiungere il cielo.

Perché osare, sapere, conoscere… questa é l’essenza dell’evoluzione: sfidare i limiti, pagare il prezzo in termini di fatica, di impegno, di tranquillità e continuare.

Non é che se non ci mettiamo a farlo possiamo vivere tranquilli e sereni. La torre di babele vuole costruirsi da sola, con o senza di noi, perché questo è l’istinto più puro della razza umana.

La differenza é lasciarsi crollare vivendo nell’apparente tranquillita fino all’inevitabile “reset” della torre, o accettare la sfida, perdere qualcosa per passare al gradino successivo ed essere un metro più vicini al cielo.

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